Quanti
sono gli immigrati che lavorano nelle campagne italiane? Nel
nostro Paese tutti gli occupati in agricoltura sono 923 mila. Erano un milione e 120 mila nel 2000. Nello stesso anno, gli
immigrati che lavoravano nel settore agricolo si
contavano in 102 mila unità. Erano 23 mila dieci anni prima
e oggi raggiungono le 172 mila unità. A fronte di questi, che sono i dati
ufficiali elaborati dall’Inea in un rapporto del
2009, vi sono poi i tanti immigrati irregolari che spesso vengono
sfruttati soprattutto nelle regioni del Sud, dove arrivano con la speranza di
racimolare un po’ di denaro raccogliendo pomodori, pulendo le vigne dalle
erbacce, strappando frutti alla terra, e si ritrovano invece in condizioni da
incubo, alla mercè di caporali, intenti a regolare e controllare non solo il lavoro
ma la vita dei nuovi schiavi.
Nelle
pianure meridionali, soprattutto polacchi, romeni, bulgari, e non più soltanto
africani, hanno preso il posto dei vecchi contadini. E
caporali spesso stranieri, al servizio dei proprietari italiani, si sono
sostituiti ai vecchi caporali, dando vita alla più
grande rivoluzione antropologica del Mezzogiorno rurale negli ultimi vent’anni.
I nuovi braccianti non sono più le donne e gli uomini dei
paesi dell’interno che, privi di qualsiasi altra prospettiva, partivano d’estate
ogni mattina coi pulmini verso le aree costiere, ma
sono giovani maschi appena giunti in Italia, disposti a svolgere qualsiasi
mansione pur di guadagnare un po’ di soldi per poi cercare un impiego più
stabile in altri settori e in altre regioni europee.
E i nuovi caporali non sono i semplici intermediari che ci eravamo abituati a vedere nelle pianure meridionali al
tempo di raccogliere i prodotti dalle piante, ma sono diventati - col tacito
accordo dei proprietari dei terreni – gli asettici gestori di un “campo di
lavoro”, dove i diritti minimi e ogni sono forma di ragionevolezza sono
soppressi e i corpi delle persone sono ridotte a”nuda vita” da afferrare,
manipolare, violentare, sopprimere.
Gli atti di efferata aggressività,
compiuti da alcuni anni a questa parte come uno stillicidio continuo da un
caporalato siffatto, sono sfociati nella guerriglia che abbiamo visto svolgersi
a Rosarno. Un’autentica jacquerie, una ribellione odiosa ma inevitabile quando la
schiavitù diventa intollerabile. Ma la jacquerie
potrebbe diffondersi in altre aree del Mezzogiorno perché vicende come quella
calabrese sono, in realtà, sedimenti di storia, e dove
la gravità della situazione in alcune aree è ormai sotto gli occhi di tutti, si
pensi ad esempio alla situazione delle campagne del “Tavoliere”, dove la gente lavora, viene
sfruttata, umiliata, spesso muore, per meno di 20 euro al giorno.
Questo è il prezzo della manodopera
nel cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre
quasi tutta la provincia di Foggia.
Da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. A mezz'ora
dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di
Vittorio, eroe delle lotte sindacali e bracciantili, storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al
megasantuario di San Giovanni Rotondo.
Situazioni al limite della legalità
e della schiavitù, descritte già da Medici senza Frontiere in un rapporto del 2007 in cui si afferma
chiaramente senza mezzi
termini che ad avallare siffatta situazione di profonda illegalità e
ingiustizia sociale troviamo “un atteggiamento ambiguo
o ipocrita del sistema istituzionale italiano nei confronti dell’immigrazione
irregolare.
E’ dalla convinzione di non poter più stare a guardare
inermi dinanzi a così tante efferatezze, che nasce il
seminario di studi organizzato da Lavoro
e Welfare, “ Lavoro regolare per un’agricoltura di qualità”, che ha visto la partecipazione dei
rappresentanti di tutte le organizzazioni sindacali del settore, dalla Coldiretti alla Cia, dalla Cgil all’ Ugl; nel corso dello
stesso sono poi intervenuti il responsabile dell’ufficio immigrazione della Caritas italiana Oliviero Forti, Viviana Beccalossi, capogruppo Pdl in
commissione agricoltura alla Camera dei Deputati, Nicodemo Oliviero e Leana Pignedoli, rispettivamente capogruppo Pd
in commissione agricoltura alla Camera dei Deputati e al Senato della
Repubblica; il dibattito, dal quale sono
emersi diversi spunti di riflessione è stato moderato dal Segretario Generale
di Lavoro e Welfare Giovanni Battafarano
e ha visto le conclusioni affidate all’ex Ministro del Lavoro Cesare Damiano.
Nel corso del seminario è emersa la volontà di voler dar vita a una nuova fase della politica nazionale in favore
di questi lavoratori attraverso la creazione giuridica del reato di caporalato,
la piena applicazione dell’articolo 600 del Codice penale sulla riduzione in
schiavitù e la necessità di intervenire su alcuni meccanismi delle leggi Turco-
Napolitano e Bossi- Fini in materia di immigrazione
che hanno favorito in qualche maniera questi fenomeni di sfruttamento. In
particolare si è fatta presente la necessità di riprendere l’articolo 18 della
legge che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica e dell’ex
Ministro della Salute: meccanismo legislativo che consentiva l'uscita dalla
condizione di schiavitù, attraverso programmi di protezione e reinserimento, al
di fuori dei principi della legislazione «premiale»: insomma non come
collaboratore di giustizia, ma come vittima di abuso.
L'Articolo - ripreso dal Testo Unico delle leggi
sull'immigrazione e non corretto dalla Bossi-Fini -
introduce interventi di protezione sociale e permesso di soggiorno per motivi
umanitari «quando siano accertate situazione di violenza o grave sfruttamento
nei confronti di uno straniero, ed emergano pericoli per la sua incolumità per
effetto dei tentativi di sottrarsi ai condizionamenti di un'associazione dedita
a uno dei predetti delitti».
La legge dovrebbe premiare l'extracomunitario irregolare che
denuncia lo sfruttamento e le violenze. In questo caso lo Stato dovrebbe
concedere automaticamente al lavoratore il permesso di soggiorno, sarebbe
dunque necessario procedere alla regolarizzazione immediata di questi immigrati
come lavoratori, se si vogliono cancellare realmente cancellare realmente le
condizioni inumane in cui versano migliaia di migranti già descritte e le forme meno
truculente di supersfruttamento diffuse a livello di massa.