Al Ministro della salute, al Ministro delle politiche agricole,
alimentari e forestali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio
e del mare. - Per sapere - premesso che:
secondo quanto riporta Riccardo Bocca in un articolo de L'Espresso di
venerdì 23 luglio 2010, non vi sono certezze riguardo ai controlli dei
veterinari pubblici sulla carne macellata in Italia;
Francesca Martini, sottosegretario alla Salute, rassicura: «Il consumatore
italiano può stare tranquillo» e garantisce che «la sicurezza
della filiera alimentare è assoluta, anche per la carne. Tutti gli
standard europei vengono rispettati. I nostri
veterinari sono un esempio di professionismo. Dunque
non c'è da preoccuparsi»;
tuttavia, intrecciando i dati dell'anagrafe nazionale bovina, dell'lstat e dell'Unione nazionale
avicoltura con le statistiche del piano nazionale residui, il programma
ministeriale «di sorveglianza sulla presenza, negli animali e negli alimenti di
origine animale, di residui di sostanze chimiche che potrebbero danneggiare la
salute pubblica», emergono dati poco entusiasmanti: nel 2009, la percentuale
dei controlli sui bovini macellati (in tutto 2 milioni 949 mila 828) ha
riguardato 15 mila 803 capi, ed è stata pari allo 0,5 per cento. Dei 13 milioni
616 mila 438 suini macellati, invece, i veterinari ne hanno controllati 7 mila
563, cioè lo 0,05 per cento. Ancora meno sono stati
controllati gli 11 milioni 740 mila quintali di volatili macellati (tra polli,
tacchini, oche e quant'altro), con un totale di 4
mila 316 verifiche e il record negativo dello 0,03 per cento (inferiore agli
standard imposti dalle direttive Ue);
un problema di prima grandezza, considerando che lo scorso anno gli italiani hanno consumato in media 92 chili di carne a testa, e che
per il presidente di Assocarni Luigi Cremonini «i consumi sono destinati a crescere». Eppure l'opinione pubblica sembra non essere interessata a
conoscere cosa può nascondere la carne. Sostiene Enrico Morioni, presidente dell'Associazione veterinari per i diritti
animali (Avda): «Al massimo si agita
quando scoppiano episodi di straordinaria gravità: come l'influenza
aviaria nel 1999 e 2002, la cosiddetta mucca pazza nel 2001, o le carni suine
irlandesi contaminate dalla diossina nel 2008». Emergenze che
la sanità italiana ha affrontato senza sbandamenti, adeguandosi velocemente ai
protocolli internazionali. La comune origine di questi allarmi è rimasta
identica: «Una zootecnia suicida basata sugli allevamenti intensivi», la chiama
Roberto Bennati, vicepresidente della Lega antivivisezione (Lav);
al posto dei pascoli si sono imposti capannoni «dove gli animali vivono in
condizioni di sovraffollamento, immersi nell'inquinamento dei loro stessi
escrementi (pregni di ammoniaca per i bovini, e metano
per il pollame), con limitate possibilità di movimento e reiterati
bombardamenti farmacologici». Non importa che anche la Food
and Agricolture Organization, a nome delle
Nazioni Unite, definisca queste strutture «un vivaio di malattie emergenti»;
malgrado la crisi, l'industria italiana delle carni nel 2009 ha fatturato 20,5
miliardi di euro: è una cifra che colpisce, oltre che per dimensioni, per il
confronto con la quantità di bestiame che muore all'interno delle nostre
aziende zootecniche.
«Nel 2008», documenta la Lav,
«sono morti in Piemonte 20 mila 700 bovini allevati. In Veneto sono arrivati a
quota 24 mila 433. In
Emilia Romagna ne hanno contati 18 mila 217 e in
Lombardia 67 mila 996»;
a Colombaro di Formigine,
provincia di Modena, la realtà della società agricola Colombaro
fa comprendere la drammaticità della situazione: «Qui
cresciamo 20 mila suini»: maialini schiacciati, durante lo svezzamento, in ogni
metro quadro; altri in un metro quadro tra i 70 e i 180 giorni di vita; ancora,
80 centimetri
pro capite nei quali si trovano i suini all'ingrasso. Il
titolare spiega: «Anche noi preferiremmo allevare maiali con altri criteri, più rispettosi del loro
benessere. Ci abbiamo pure provato, ma prevalgono le
esigenze commerciali»;
i tecnici dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) hanno presentato nel 2009 un'indagine sulla
salmonella nei suini da riproduzione. Il risultato, accolto dal silenzio dei
mass media, è che il batterio risulta presente nel
51,2 per cento degli allevamenti italiani;
«Sempre l'Efsa», spiegano, «ha concluso uno studio
sulle carcasse dei polli da carne, e la scoperta è che nel 2008 il 49,6 per
cento dei campioni italiani era affetto da campylobacter
(un batterio che, in caso di cottura non completa della carne, può provocare
forti dolori addominali, febbre e diarrea), mentre il 17,4 mostrava tracce di
salmonella»;
il Piano nazionale residui dovrebbe individuare le sostanze illegali
somministrate al bestiame per prevenire i malanni e velocizzarne la crescita.
«Nel 2009», racconta Gandolfo Barbarino, responsabile
dell'Unità operativa igiene degli allevamenti piemontesi, «su 33 mila 552
campioni analizzati, è risultato positivo appena lo
0,22 per cento. [...] i riscontri si basano sulle
analisi chimiche di fegato, carni, sangue e urine. E
chi pratica il doping, in questo campo, ha raggiunto livelli di tale
raffinatezza da sfuggire ai controlli»;
un allevatore campano spiega le dosi e i tempi delle sostanze proibite dei dopanti per i bovini: «per far crescere alla svelta gli
animali si dà estradiolo con testosterone o nandrolone. Poi si passa ai beta agonisti, che favoriscono
la diminuzione del grasso, fino alla vigilia della macellazione. E nell'ultimo periodo, utilizziamo i cortisonici per
aumentare la ritenzione idrica e definire al massimo la massa muscolare».
Rimane la certezza dell'impunità totale, a causa della presenza della camorra;
il biologo Pierluigi Cazzola, responsabile a Vercelli
dell'Istituto zooprofilattico sperimentale (Izs), rivela i dati del documento riservato, e non
ufficiale, che il Ministero della salute ha discusso il 19 maggio 2010 con
esponenti dei carabinieri, dell'Istituto di zooprofilassi
e dell'Istituto superiore di sanità. «Al centro
dell'attenzione, c'era la tabella del ministero con i farmaci prescritti
agli animali d'allevamento», spiega un testimone. «In particolare, si è chiesto
alle Regioni di specificare quante volte nel 2009 i veterinari avessero legalmente permesso agli allevatori di utilizzare
sostanze delicate per la salute animale (e quindi umana) come gli
ormoni». «L'esito, poco credibile, è che in Emilia Romagna su 46 mila 383
prescrizioni ordinarie non è risultato nessun caso. Idem per la Sicilia, su un totale di 9
mila 641 prescrizioni. Per non parlare di Lombardia, Liguria, Campania,
Calabria, Basilicata, Veneto, Friuli e Sardegna, che scaduti i termini di
consegna non avevano ancora inviato i dati»;
anche le marche auricolari, i sigilli che per gli animali equivalgono a carte
d'identità, un tempo targhe metalliche, pertanto difficilmente trasferibili da
una bestia all'altra, oggi invece sono di plastica, si staccano senza problemi,
e vengono applicate alle bestie straniere, importate
di nascosto ed escluse dal circuito sanitario. Vi sono casi in cui le marche
auricolari non vengono applicate e si allevano animali
malati;
quanto al fronte estero, al rischio che i nostri confini siano attraversati da
bestiame
malato o fuori controllo, è utile leggere i regolamenti
comunitari: si apprende, infatti, che in Europa i controlli spettano alle
nazioni che esportano bestiame, mentre gli Stati riceventi possono giusto
svolgere «controlli per sondaggio e con carattere non discriminatorio». Un
obbligo che limita la rete dei nostri Uffici veterinari per gli adempimenti
degli obblighi comunitari (Uvac) e dei Posti di ispezione frontaliera (Pif): grava il sospetto sul lungo elenco di nazioni che
potrebbero non segnalare alcuna positività delle loro bestie alle sostanze
proibite. Tra queste, recita la tabella disponibile del 2007, Bulgaria,
Danimarca, Estonia, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Romania,
Slovenia, Repubblica slovacca e Svezia. Il Wwf Italia
parla del documento sul ciclo illecito degli scarti di macellazione in
Campania, Basilicata e Puglia, in cui si spiega come parti di
animali a rischio non vengano eliminati dopo la macellazione, ma
rientrino nel sistema alimentare sotto la guida di organizzazioni criminali;
nel febbraio 2010, il Nucleo anti sofisticazioni dei
carabinieri (Nas) ha sequestrato 18 tonnellate tra
carne e prodotti di origine animale: non solo trovati in pessimo stato di
conservazione, ma privi della bollatura sanitaria: individuati 102 centri di
macellazione clandestina e denunciate 113 persone per il mancato rispetto delle
norme igieniche e la non corretta tenuta dei capi animali da parte degli
allevatori;
una comunicazione riservata del Nucleo agroalimentare
e forestale (Naf) spiega che «le macellazioni
clandestine interessano (in Italia) circa 200 mila bovini, che spariscono ogni
anno dagli allevamenti ad opera della malavita»;
in provincia di Treviso è stato stretto un accordo tra Adiconsum
(Associazione in difesa di consumatori e ambiente), consorzio Unicarve e supermercati Crai per
garantire ai consumatori carne che abbia una tracciabilità
totale: dalla nascita dell'animale fino al banco vendita -:
se i Ministri siano a conoscenza dei dati sconcertanti di cui in premessa e se
li confermino;
considerati i dati in premessa, in base a quali elementi il Sottosegretario
alla salute, Francesca Martini, abbia usato le parole rassicuranti citate in
premessa;
se i Ministri interrogati intendano avviare un'ampia e dettagliata indagine
sugli allevamenti presenti nel territorio italiano, al fine di salvaguardare la
salute pubblica, garantire agli animali le condizioni per una vita sana e
naturale e scongiurare il sopravvento della criminalità organizzata, interna ed
estera;
se e quali iniziative intendano adottare al fine di garantire ai cittadini
informazione e diffusione dei dati relativi alle sostanze presenti nelle carni;
quali iniziative, inoltre, intendano intraprendere al fine di salvaguardare il
rispetto della vita degli animali e creare una coscienza pubblica;
quali provvedimenti si intendano adottare al fine di tutelare la trasparenza
dei controlli nel settore;
se si intendano promuovere l'adozione di accordi sull'esempio della provincia
di Treviso;
quali elementi intenda fornire il Ministro della salute, in merito al documento
riservato, e non ufficiale, discusso il 19 maggio 2010, nel quale emergono dati
improbabili, per quali motivi alcune regioni si siano arrogate il diritto di
non inviare i loro dati entro il termine prestabilito per la consegna e quali
azioni si intendano promuovere in proposito.