BlackBridge la nuova AI tutta Italiana. A tu per tu con Marco Valerio Roscioni uno dei Founder

di Marco Valerio Roscioni

BlackBridge la nuova AI tutta Italiana. A tu per tu con Marco Valerio Roscioni uno dei Founder

Il progetto punta a sviluppare un modello di intelligenza artificiale locale, peer-to-peer e più controllabile, pensato per imprese, professionisti, creator e utenti italiani.

 

L’intelligenza artificiale è ormai entrata nelle imprese, nelle professioni e nella vita quotidiana. Ma dietro l’entusiasmo per i nuovi strumenti si apre una domanda sempre più urgente: chi controlla davvero l’AI che aziende, creator e professionisti stanno usando ogni giorno?

Da questa domanda nasce BlackBridge, progetto italiano che punta a portare sul mercato un modello di intelligenza artificiale locale, peer-to-peer e più controllabile. L’obiettivo dichiarato è offrire a imprese, professionisti, creator e utenti uno strumento più vicino al proprio perimetro operativo, riducendo la dipendenza da piattaforme e infrastrutture estere.

Ne abbiamo parlato con Marco Valerio Roscioni, imprenditore, direttore creativo e digital product manager impegnato nello sviluppo di soluzioni AI, AR/VR e infrastrutture digitali per aziende e istituzioni.

 

Perché nasce BlackBridge

Secondo Roscioni, BlackBridge nasce da una presa di coscienza precisa: l’Italia sta entrando nell’era dell’intelligenza artificiale usando quasi esclusivamente infrastrutture, modelli e piattaforme sviluppate altrove.

«Questo non è un problema solo tecnologico. È un problema industriale, culturale e strategico», spiega.

Oggi un’impresa italiana può usare l’AI per scrivere documenti, analizzare dati, correggere codice, preparare offerte, sintetizzare contratti, costruire strategie e generare contenuti. Ma spesso lo fa caricando informazioni in sistemi che non controlla, su cloud esteri, con policy definite da altri e dentro modelli appartenenti a grandi corporation internazionali.

«Il punto non è essere contro le AI straniere. Sarebbe ingenuo. Il punto è non dipendere solo da quelle», sottolinea Roscioni.

Da qui nasce BlackBridge: un progetto pensato per costruire un’alternativa italiana, più vicina agli utenti e più orientata alla protezione della conoscenza e dei dati.

 

Il rischio di una nuova dipendenza digitale

Quando parla di dipendenza, Roscioni non si riferisce soltanto al pagamento di un abbonamento a una piattaforma. Il tema, secondo lui, è più profondo e riguarda il modo in cui imprese, dipendenti, professionisti e creator si stanno abituando a lavorare dentro ambienti che non possiedono e non governano.

«Ogni prompt può contenere conoscenza aziendale. Ogni documento caricato può contenere vantaggio competitivo. Ogni automazione può spostare valore fuori dall’impresa. Ogni contenuto prodotto da un creator può alimentare sistemi che poi trattengono traffico e monetizzazione altrove», afferma.

La nuova dipendenza digitale, secondo questa lettura, è meno visibile rispetto ad altre forme di fragilità industriale. Non passa necessariamente da una fabbrica chiusa o da un brevetto ceduto, ma dai dati, dai processi, dai contenuti e dalla conoscenza.

«Quando l’intelligenza artificiale diventa il nuovo motore della produttività, chi controlla quell’intelligenza controlla una parte del futuro economico», aggiunge Roscioni.

 

Perché BlackBridge non vuole essere solo un chatbot

Uno dei punti centrali del progetto riguarda la differenza tra chatbot e infrastruttura. Per Roscioni, BlackBridge non nasce come un semplice assistente conversazionale, ma come una piattaforma più ampia.

«Un chatbot risponde. Un’infrastruttura abilita un ecosistema», spiega.

BlackBridge punta a lavorare su più livelli: AI locale, peer-to-peer, gestione della conoscenza, profili fonte, strumenti per creator e professionisti, riduzione della dipendenza dal cloud estero e possibilità di riportare parte dell’intelligenza artificiale dentro il perimetro dell’utente.

In questa visione si inserisce BlackBridge Mini 1.1, presentato come AI locale per PC e smartphone. L’obiettivo, spiega Roscioni, non è dichiarare di avere il modello più potente al mondo, ma aprire una strada diversa: offrire agli utenti italiani uno strumento più accessibile, vicino e controllabile.

«È una novità perché sposta il discorso: non solo performance, ma sovranità d’uso», afferma.

 

Cosa significa AI locale e peer-to-peer

Nel modello descritto da Roscioni, AI locale significa immaginare un’intelligenza artificiale che non debba vivere esclusivamente su server remoti controllati da grandi piattaforme. Una parte delle funzioni può essere più vicina all’utente, sul dispositivo o in ambienti maggiormente controllabili.

Il concetto di peer-to-peer riguarda invece un’architettura più distribuita, nella quale il valore non passa sempre da un centro unico, ma può essere condiviso tra nodi, utenti, comunità e fonti.

«L’AI del futuro non sarà solo una questione di modelli. Sarà una questione di architettura. Chi possiede l’architettura possiede il potere», sostiene Roscioni.

 

Il possibile vantaggio per imprese e sistema Paese

Secondo Roscioni, l’Italia dispone di un patrimonio di conoscenza molto ampio, che non riguarda soltanto le grandi imprese. Il riferimento è anche a PMI, distretti industriali, professionisti, artigiani evoluti, studi tecnici, agenzie, creator, editori, consulenti e sviluppatori.

Il problema, secondo il fondatore del progetto, è che questa conoscenza non sempre viene trasformata in vantaggio tecnologico perché manca un’infrastruttura digitale controllabile e vicina al mercato nazionale.

BlackBridge prova a inserirsi in questo spazio, con l’obiettivo di creare un ambiente in cui la conoscenza italiana possa essere organizzata, utilizzata e valorizzata senza essere necessariamente consegnata a piattaforme esterne.

Per Roscioni, il progetto può incidere su tre fronti: ridurre la dipendenza da AI straniere in cloud, aiutare imprese e professionisti a governare meglio dati e automazioni, offrire a creator, fonti ed editori un modello in cui la knowledge non venga soltanto assorbita, ma riconosciuta e potenzialmente remunerata.

«L’Italia non deve solo usare l’AI. Deve iniziare a possederne una parte», afferma.

 

Il nodo di creator, giornalisti ed editori

BlackBridge guarda anche al mondo dei contenuti digitali. Secondo Roscioni, l’intelligenza artificiale sta modificando il patto economico del web.

Per anni il modello era basato su un rapporto chiaro: i contenuti venivano prodotti da creator, giornalisti, editori o aziende; i motori di ricerca li indicizzavano; gli utenti arrivavano sui siti; le fonti costruivano traffico, autorevolezza, community e ricavi.

Oggi questo equilibrio sta cambiando. Sempre più spesso l’utente ottiene una risposta direttamente dentro una piattaforma, senza raggiungere la fonte originale. Il rischio è che la fonte venga compressa, mentre traffico e valore si spostano altrove.

«L’AI non deve cancellare le fonti. Deve riconoscerle», sostiene Roscioni.

In questo contesto si inserisce BB Open, pensato come spazio per profili ufficiali, fonti riconoscibili e knowledge collegata ai propri siti e media. L’obiettivo è permettere a creator, professionisti, editori e aziende di essere seguiti, citati e utilizzati come fonti autorevoli dentro l’ecosistema BlackBridge.

 

Il rapporto con The Foundry XXI

BlackBridge si inserisce nel contesto più ampio di The Foundry XXI, che Roscioni descrive come un ecosistema culturale, etico e computazionale dentro cui questa visione può crescere.

BlackBridge rappresenta una delle risposte tecnologiche, mentre The Foundry XXI punta a connettere ricerca, sviluppo, formazione, comunità computazionali, software libero e sperimentazione etica.

«Il punto è costruire tecnologia, ma anche consapevolezza», spiega Roscioni.

Secondo questa impostazione, il rischio non riguarda solo gli strumenti usati dalle imprese, ma anche la mancanza di formazione, policy, governance e cultura d’uso.

 

Una proposta nazionale sull’AI

Per Roscioni, la vera novità di BlackBridge è la combinazione tra più elementi: AI locale, peer-to-peer, accesso gratuito con BlackBridge Mini 1.1, profili fonte con BB Open, attenzione al mercato italiano, sovranità tecnologica, redistribuzione del valore della knowledge e riduzione della dipendenza dal cloud estero.

«Molti parlano di AI. Molti parlano di innovazione. Molti vendono chatbot. BlackBridge prova a fare un’altra cosa: trasformare l’AI in un’infrastruttura più vicina alle persone che producono valore», afferma.

Il progetto ha anche una dimensione politica, ma non partitica. Per Roscioni, oggi la tecnologia è politica industriale, perché l’AI incide su produttività, sicurezza, dati, lavoro, informazione, formazione, ricerca e automazione.

«La sovranità tecnologica non significa chiudersi. Significa poter scegliere», chiarisce.

 

A chi si rivolge BlackBridge

BlackBridge si rivolge a imprese che vogliono usare l’AI senza perdere il controllo sui propri dati, a professionisti che cercano strumenti più vicini al proprio lavoro, a creator ed editori interessati a proteggere e valorizzare la propria knowledge, a utenti che vogliono un’AI più accessibile e meno dipendente da logiche centralizzate.

Il progetto guarda anche a sviluppatori e comunità che vogliono contribuire a un ecosistema italiano.

Il tema, secondo Roscioni, non è più soltanto “usare l’AI”, ma capire da chi si dipende quando la si usa.

 

BlackBridge Mini 1.1 sarà presentato il 10 luglio

Il prossimo passaggio indicato da Roscioni è il 10 luglio, quando nell’ambito dell’iniziativa Foundry21 Next Gen sarà presentato BlackBridge Mini 1.1, una AI locale per PC e smartphone, completamente gratuita.

Roscioni invita però a non leggere questa uscita come un punto di arrivo, ma come l’inizio di una direzione.

«L’obiettivo è rendere disponibile una tecnologia accessibile, vicina agli utenti italiani e coerente con un’idea precisa: l’intelligenza artificiale non deve essere solo consumata. Deve essere governata», spiega.

 

Una frase per spiegare BlackBridge

Alla domanda su come riassumere BlackBridge in una frase, Roscioni risponde così:

«BlackBridge nasce per evitare che l’Italia diventi soltanto cliente dell’intelligenza artificiale degli altri».

E aggiunge che non basta usare l’AI. Occorre costruire le condizioni per controllarla, adattarla, proteggerla e redistribuirne il valore.

Per Roscioni, il futuro non sarà delle aziende che useranno genericamente l’intelligenza artificiale, ma di chi saprà governarla.