E se domani la migliore AI non fosse più disponibile per le aziende italiane?

di Marco Valerio Roscioni

E se domani la migliore AI non fosse più disponibile per le aziende italiane?

L’Italia sta costruendo la propria produttività su infrastrutture che non controlla. E questo, prima o poi, diventerà un problema politico.

 

Non è più fantascienza.

 

Non è più fantascienza.

La questione è brutale:

e se domani la migliore intelligenza artificiale non fosse più disponibile per le aziende italiane?

 

Negli ultimi giorni abbiamo visto accadere qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile: modelli avanzati trattati come infrastrutture strategiche, accessi sospesi, limitazioni per utenti stranieri, decisioni prese fuori dall’Europa e subite da imprese, sviluppatori, enti, professionisti e intere filiere produttive.

Il caso Anthropic, con la sospensione dell’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 dopo una direttiva del governo statunitense, mostra una cosa precisa: l’AI di frontiera non è più percepita solo come prodotto commerciale. È già trattata come risorsa strategica.

 

E quando una tecnologia viene trattata come risorsa strategica, l’accesso non dipende più soltanto dal fatto che un’azienda paghi un abbonamento. Dipende da decisioni prese altrove.

 

Questo è il punto che l’Italia deve avere il coraggio di guardare in faccia:

l’intelligenza artificiale non è più un software.

È infrastruttura cognitiva.

E se questa infrastruttura vive quasi interamente su cloud esteri, dentro modelli esteri, con policy estere, interessi industriali esteri e priorità geopolitiche estere, allora le imprese italiane non stanno semplicemente usando tecnologia.

Stanno costruendo dipendenza.Una dipendenza elegante, sicuramente comoda e apparentemente inevitabile .

Ma pur sempre dipendenza.

L’adozione cresce, ma il controllo resta altrove

Secondo ISTAT, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale. È un aumento netto rispetto all’8,2% del 2024 e al 5,0% del 2023.

Il dato racconta una crescita.

Ma racconta anche una fragilità.

Perché l’Italia sta iniziando ad adottare l’AI proprio mentre il controllo dell’infrastruttura resta concentrato altrove.

 

Nelle grandi imprese italiane l’adozione arriva al 53,1%, ma tra le PMI resta molto più bassa. Questo significa che l’AI rischia di diventare un nuovo acceleratore di divario: chi ha capitale, competenze e infrastruttura corre; chi non le ha, si limita a usare strumenti esterni, spesso senza sapere davvero dove finiscono dati, processi e conoscenza.

 

A livello europeo il quadro non è molto diverso. Eurostat rileva che nel 2025 circa un’impresa europea su cinque usa tecnologie AI. Le grandi imprese superano il 55%, mentre le realtà più piccole restano indietro.

Il problema, però, non è soltanto quante imprese usano l’AI.

Il problema è quale AI usano.

E soprattutto: chi la controlla.

La sovranità tecnologica non è più uno slogan

Per anni abbiamo pensato alla sovranità tecnologica come a una formula da tavola rotonda.

Una frase buona per documenti istituzionali, piani europei, strategie industriali, conferenze sul digitale.

 

Oggi invece diventa una domanda pratica:

chi decide se domani la tua azienda potrà ancora usare lo strumento su cui ha costruito processi, produttività e automazione?

 

Chi decide se il modello resta disponibile?
Chi decide quali funzioni vengono limitate?
Chi decide quali mercati ricevono le performance migliori?
Chi decide quali clienti accedono ai modelli più avanzati?
Chi decide quali dati possono essere trattati, conservati, filtrati, usati, esclusi?
Chi guadagna dalla conoscenza che la tua impresa produce ogni giorno?

 

La verità è che molte aziende italiane stanno adottando l’AI con entusiasmo, ma senza una domanda di fondo:

questa intelligenza lavora per noi o lavora attraverso di noi?

Ogni prompt può contenere conoscenza aziendale.

Il problema non è usare strumenti stranieri.Il problema è usarli come se fossero neutrali, perché non lo sono.

I modelli non sono neutrali, il cloud non è neutrale.
Le policy non sono neutrali.
La disponibilità delle performance non è neutrale.
Il controllo sull’accesso non è neutrale.

 

Quando una tecnologia diventa così potente da incidere sulla produttività di interi settori, smette di essere un semplice prodotto.

Diventa potere.

E chi non possiede almeno una parte di quel potere, prima o poi lo subisce.

Il cloud europeo racconta già la dipendenza

Il Rapporto Draghi sulla competitività europea è molto chiaro: il ritardo dell’Europa nelle tecnologie digitali è uno dei fattori centrali del divario di produttività con gli Stati Uniti.

Il dato più duro è questo: circa il 70% dei modelli fondamentali di intelligenza artificiale sviluppati dal 2017 nasce negli Stati Uniti.

E non è tutto.

 

La Commissione Europea lo ha ormai riconosciuto apertamente. Con il Cloud and AI Development Act parla di sovranità cloud e AI, di data centre, di capacità computazionale, di riduzione delle dipendenze strategiche e di infrastrutture critiche.

Con le AI Factories, l’Europa prova a creare ecosistemi basati su supercalcolo, dati, talento, ricerca, startup, PMI e industria.

Tradotto: Bruxelles ha capito che l’AI non è più innovazione.

L’Italia conosce già questa storia

L’Italia conosce già questa storia.

 

Abbiamo visto interi settori dipendere da piattaforme altrui.

Abbiamo visto professionisti diventare ostaggi di marketplace, app store, cloud, advertising network, strumenti SaaS, sistemi di pagamento, ambienti digitali che non controllavano.

 

Ora rischiamo di ripetere lo stesso errore con qualcosa di molto più profondo:

non più solo visibilità, distribuzione o vendita.

Ma intelligenza.

 

Se domani la migliore AI venisse riservata ad alcuni Paesi, ad alcuni partner, ad alcune corporation, ad alcune filiere strategiche, cosa farebbero le aziende italiane?

Aspetterebbero?

Pagherebbero di più?

Accetterebbero versioni depotenziate?

Questa è la nuova fragilità.

La fragilità di un sistema produttivo che pensa di essere più veloce perché usa strumenti avanzati, ma non si accorge che quegli strumenti possono essere limitati, modificati, chiusi, riallineati, filtrati o resi inaccessibili da decisioni che non passano né da Roma né da Bruxelles né dai consigli di amministrazione delle nostre imprese.

Il tema è nazionale, non nazionalista

E qui il tema diventa nazionale, non nazionalista nel senso vecchio, chiuso, nostalgico.

Nazionale nel senso più concreto possibile: difendere la capacità produttiva del Paese.

Difendere i dati, il know-how, la memoria industriale, difendere i creator, gli editori, i professionisti.

Difendere la possibilità di innovare senza chiedere sempre permesso a infrastrutture altrui.

 

Perché la sovranità tecnologica non significa rifiutare il mondo.

Significa non dipendere totalmente dal mondo degli altri.

 

BlackBridge Mini 1.1, annunciato nell’ambito di Foundry21 Next Gen, si muove proprio su questa linea: AI locale, peer-to-peer, gratuita, pensata per PC e smartphone, con l’obiettivo di riportare conoscenza, dati e automazione dentro un perimetro più controllabile.

Un atto di indipendenza tecnologica dentro un mercato che sembra essersi già rassegnato all’idea che l’intelligenza debba arrivare sempre da fuori.

BlackBridge nasce con una tesi semplice:

Non è soltanto una scelta tecnica.

È una scelta culturale.

 

Perché un Paese che non costruisce strumenti propri finirà sempre per adattarsi agli strumenti degli altri.

E un’impresa che non governa la propria AI finirà per governare sempre meno anche i propri processi.

La domanda non è più “quale AI usi?”

Oggi la domanda non è più:

“Quale AI usi?”

La domanda è:

“Chi controlla l’AI da cui dipendi?”

 

Qualche dato

  • Il 12 giugno 2026 Anthropic ha dichiarato di aver ricevuto una direttiva USA di export control per sospendere l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 ai cittadini stranieri.
  • Reuters ha riportato che una società legal tech statunitense ha fatto causa al governo USA, sostenendo di aver subito danni diretti dalla sospensione dell’accesso ai modelli.
  • In Italia, secondo ISTAT, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia AI nel 2025.
  • Nel 2024 erano l’8,2%; nel 2023 erano il 5,0%.
  • Tra le grandi imprese italiane l’adozione AI arriva al 53,1%.
  • Nell’Unione Europea, secondo Eurostat, il 19,95% delle imprese usa tecnologie AI nel 2025.
  • Tra le grandi imprese europee la quota sale al 55,03%.
  • Il Rapporto Draghi indica che circa il 70% dei modelli AI fondamentali sviluppati dal 2017 nasce negli Stati Uniti.
  • Tre hyperscaler statunitensi controllano oltre il 65% del mercato cloud globale ed europeo.
  • La Commissione Europea ha avviato iniziative come Cloud and AI Development Act e AI Factories per rafforzare sovranità, infrastrutture cloud, supercalcolo e capacità AI europea.